sabato 30 novembre 2019

Il donzelletto che vien dalla campagna


“Ogni riferimenti a fatti o persone è puramente casuale o casualmente puro”.
Prima puntata
Nel ridente villaggio, amorevolmente allocato tra le montagne e il mare, terreno di coltura per il politico di turno, gli irsuti e paonazzi contadini, si moltiplicano fertili, spandendo, tra le campagne di viti ordinate, la progenie loro, pronta a conquistar gloriosa, i feudi viciniori. I vecchi, posto lo scarpone sull’apice della vanga, maledicono la zolla appiccicosa che impedisce loro di camminare svelti per le strade di questo modo. Altro sperano per i figli loro, augurandosi il riscatto dalle grame esistenze di cafoni. Una laurea, un dottorato, un carriera fatta di gradi nelle italiche caserme. Il giovane che agli studi ben promette, tosto vien mandato nelle città del mondo a diventar qualcuno, alcuni indossan la divisa. Rimane tuttavia un nutrito branco di fanciulli, i quali attendono l’occasion propizia, continuando a sforbiciare le viti, legandole ordinate. Negli opifici, lungo le vie maestre talvolta espletano il loro genio meccanico, altre volte apron le botteghe. In ultimo rimangono solo i restii ai libri, color ai quali una vecchia maestra prende i capoccioni, per strofinar le nocche sulla testa di neri capelli.  Il periodo è pregno di nonne sopravvissute a linee Gustav, nascondendo gli ori nelle grotte di vallone, tra una gallina che produce qualche ovetto e le radici da bollire per farci le zuppe ai figli smunti. Arrivano, insieme alla Vespa e le rate per il televisore, i senatori bonari i quali carezzano i fanciulli durante le feste patronali, con il cafone rivestito che bacia loro la mano a chiedere grazie, favori ed una buona parola affinchè le braccia rubate all’agricoltura non “faccino” il militare tra le zanzare del Polesine. Sbavano, sul dorso dell’arto cicciuto, leccano con la coppola in mano e la lagrima da strizzare via dalla palpebra, a mostrare il villico, prostrato davanti all’uomo che può.
Nel frattempo, il senatore di turno, mentre si lascia sbavazzare la mano, conta i voti della famiglia e a tutti distribuisce numeri da combinare sulla scheda a realizzar miracoli e uno scranno in parlamento. Così, arriva il congedo per i novelli zappatori insieme alla tessere scudocrociata, posata dal babbo riconoscente a monito della prole sua. Ma le madri imbiancano, i padri muoiono, le nonne si cagano addosso davanti ai larghi camini nelle sere di ottobre quando, i nipotini avvezzi al rosario della sera insieme agli scapaccioni e al timor di Dio, scorgono i primi languori pubici con le immagini della cosciuta Parisi. L’assioma paterno recita il disprezzo della donna, il pallone maschio, la gara di sputo radente e il dovere di metterlo nel culo al confinante. Cresce in siffatto modo, il giovinetto, costretto alla riga di lato, alla glabra nuca, dalla madre che lo adora fino all’estremo sacrificio purchè si trovi un posto fisso e il resto si vedrà. Nell’estremo nitore delle facciate, dei giardini ben rasati, delle madonne in gesso presso l’ingresso, l’odor di libri è come l’iprite per l’austro ungarico, è polvere che si accumula inutile sugli scaffali, è lo sterco del diavolo che corrompe il giovine e lo distoglie dall’unico obiettivo del genitore ovvero generare l’anaffettivo, perché la vita è dura in ogni caso e gli scrupoli riempiono le buche nel cimitero. Tutto è concesso, perché la selezione naturale è un dogma darwiniano; il giovinetto lo impara a tirare bastonate sulla testa dei conigli, a sgozzare tacchini, a recidere le giugulari ai porci. Quando il “cello della casa” è quasi uomo, iniziano i confronti coi compagni di bisboccia, crescono le invidie per i figli dei compari di cui sopra, mandati a studiare in città, a fare il dottore, l’ingegnere. Il uaglioncello di primo pelo anela anche lui al pezzo di carta da appendere nel salotto buono, perché vuole comandare in “frazione”. Ci prova e ci riprova mentre la fidanzatina lo aspetta a casa per coronare il sogno della cafonetta: sposare il laureato. Ma lo sforzo manda il ragazzo sotto sforzo: i libri tanto odiati, tornano a pesargli sul groppone, non sa come sfogliarli. Al massimo potrà mandar a memoria i titoli, tanto per farsi il figo il sabato in paese. Giunge il tanto agognato giorno per la rubizza senatrice, di mieter voti e clientele nella ridente cittadina… (continua).

giovedì 21 novembre 2019

L'invasione degli ultraporci




Alle ore sette e trenta del mattino, in pieno agosto, quando la piazza antistante la basilica del paese non è ancora illuminata completamente dal sole, una fiammante Mercedes si ferma davanti al baretto, parcheggiando nell’unico modo in cui, un possessore di cotale veicolo, avendolo comprato al solo scopo di mostrarlo, può fare: intralciando il traffico. Mentre il lattaio con camioncino tenta di passare, mandando una serie ben definita di madonne, dal clamoroso vetturone, con tanto di cerchi in lega scintillante, esce un coso smilzo, con gli occhi di tartaruga da finto intellettuale e la camicetta su misura. Nell’aria, un’acqua di colonia dal gentile olezzo di agrume e lavanda. Mentre scarico il bidone del lavabile dal mio vecchio Transit, assisto alla scena del finto manager il quale giammai si preparerebbe un caffè a casa per il solo fatto che non riesce a svitare la macchinetta ben stretta dalla cameriera dominicana, il giorno prima. Mi guarda, mi conosce, con il sorriso ebete descrive esattamente la situazione nella quale io e lui ci troviamo: il sottoscritto con la t shirt sporca di idropittura, pronto a sudare per portare a nuova vita cessetti di appartamenti  affittati per la gioia di oriundi e lui, pronto a scaldare la sedia di un ufficio nel quale nessuna carta importante si poserà sulla sua scrivania, perché le azioni della sua azienda le ha vendute a rapaci manager polentoni, in cambio di una targa sulla porta e la certezza di portare a casa stipendio con annessa futura pensione.  Subito distoglie lo sguardo di commiserazione sulla mia persona per rivolgersi a quattro simili seduti da tempo con il caffè in mano. Gli altri, lo salutano con vigorose pacche sulle spalle e elogi che farebbero inorridire anche il più sordido dei leccaculo. 
Non ci sarebbe nulla di strano in questa scena della provincia borghese se non fosse che il suddetto tipo si è fatto qualche mese di domiciliari e non ha la patente ergo non potrebbe scarrozzare per le vie del borgo con il macchinone. Sono ancora lì, nello stridor di denti della mia pura invidia quando arriva anche il secondo individuo, ha le palpebre a gradoni come una centenaria tartaruga di terra, la barba fintamente incolta e un centinaio di milfone pronte a cliccare like sulla sua pagina solo perché, oltre alla cocaina, si diletta nel citare frasi raccolte dalla mediocrità degli scrittori blockbuster italiani. Me lo ricordo, da giovane, bello a causa del suo cognome nel quale sguazzava il mito di una indecifrabile allure da sciupafemmine. Dopo una vita passata a mangiarsi i soldi alle slot e mandare a puttane varie attività, anche lui ai domiciliari per qualche mese. Il problema è che lui, i domiciliari, li sta scontando e si permette il lusso di farsi i selfie al mare, andando in culo ai caramba. Ma si sa, il paese è piccolo, povero ragazzo, ad uno con il cognome da ex bello nulla si nega.  Anche per il Califano della costa dei Trabocchi, generose pacche sulle spalle e caffè pagatissimi dagli amicissimi carissimi. Chiudo il furgone con uno “slam” deciso che risuona in tutta la piazza onde evitare che le mie maledizioni agli dei immortali, facciano crollare la navata con il santo apostolo incluso. Nella calura estiva di questo agosto infinito che sembra un lunedì perenne, mi chiedo solo una cosa: quanto costa una persona? Fino a che punto, per salvare la nostra immagine, appannata dalle nostre colpe, siamo disposti a sopravvalutare gli altri al solo scopo di sentirci accettati nella società? Siamo certi di avere un giusto prezzo e fino a quando siamo disposti a tenere in piedi delle simulazioni collettive che abbiano il solo scopo di esercitare l’ipocrisia assoluta? Io, ad esempio, non so far di conto. Non ho mai imparato. Quando conosco una persona non riesco mai a calcolarne il valore in base a quanto mi convenga frequentarla. Potrebbe essere una definizione che riesce a generare consenso dalla maggior parte dei lettori ma non è così. Nell’angolo più recondito della nostra mente si nasconde, non visto, il concetto di utilità il quale ci consente del monetizzare i rapporti umani. Per me, al contrario, ogni individuo ha una storia da raccontare, una storia diversa dalla mia che, per quanto scontata, può generare un’esperienza “utile” alla mia persona. In ogni momento della giornata osservo tutti quelli che incontro, li ascolto parlare, dire cose, toccare oggetti, muoversi. Penso a come sarà la loro vita, a quello che troveranno a casa, chi amano, con chi divideranno le loro ansie, i loro desideri. Se potessi conoscere le intenzioni di tutti, avrei materiale per scrivere infiniti racconti. In tutto questo “osservatorio personale” non c’è mai stato un momento nel quale io abbia pensato che queste persone servissero al mio arricchimento materiale. Forse non sono stato mai educato a vedere nell’altro un mezzo. Per questo motivo mi porto dietro , a detta di molti, una sorta di povertà genetica e di inutile pratica dell’empatia. Dicevo dell’aver imparato a conoscere gli inutili, coloro i quali ti impoveriscono perché erodono la tua predisposizione ad accettare le esperienze degli altri. Di queste persone ne ho conosciute molte, specialmente negli ultimi tempi e devo confessare  che mi hanno sorpreso per la capacità di elaborare calcoli, avendo una visione a lungo termine dei risultati che otterranno. Ho un unico problema, delle persone di cui ho raccontato sopra, la storia che li rappresenta è racchiusa nella bugia in cui gli altri hanno creato per loro una dimensione nella quale sguazzare.  Qualcuno parlava della “provincia”, quella che si leggeva tra le righe di Piero Chiara o nei film di Risi. Delimitare questo modo di essere, inizia ad essere esercizio vacuo perché stanno cambiando gli stessi valori di quello che riteniamo esser passibile di critica. Emerge una nuova definizione, quella di furbo post provinciale il quale ha sdoganato qualsiasi concetto di moralità elegante, un sopravvissuto dei dopobarba frocizzanti anni ’80 di Armani, gli adesivoni pro surf sul cofano della mini e gli occhiali di Briatore. La nuova vetrina dello sbruffo-truffatore non è più l’Harry’s bar ma la pagina del webbe, dove si può essere tutto: dal salumiere porno spagnolo di Bigas Luna al sociologo con il culo sulla poltrona di Costanzo, terminando nell’invettiva contro lo Stato patrigno che a tutti ruba senza nulla donare. Tutto, in questo allegro caleidoscopio della nullità, è calcolato in relazione all’interlocutore che si ha davanti. La gara di resistenza si fa solo per evitare di scoprire le carte quando chi ti sta ascoltando, ha il terribile vizio di conoscere la “natura umana”. Il problema si fa serio quando, una volta che il piacione è stato “spiaciato”, egli farà di tutto per isolarti, perché non sei utile alla sua causa di beatificazione. Inizia il gioco del “tirammerda”. Il risultato è sempre al favore del farabutto. L’isolamento produce in coloro che hanno coscienza e dignità un subdolo complesso di colpa misto ad un crisi dell’io. I malcapitati si pongono dei dubbi sul fatto di essere loro i diversi, quelli che non vanno bene. C’è un grosso equivoco, il cambiamento è più profondo e sfugge la logica consolidata. Secondo la società che è in procinto di sostituire quella “di prima”, come un film maccartista con i suoi body snatchers, il bianco sarà nero, il bello sarà brutto, la menzogna sarà verità, il giusto sarà sbagliato, lo stupido sarà il saggio. Il senso di tutto questo si può racchiudere nello slogan del relativismo cafone: “Ma però”. La maledizione rimarrà perenne sul capo di coloro che si pongono dubbi perché perdono il tempo a pensare mentre gli altri, nonostante tutto, ti sorrideranno beffardi, chiudendo il loro macchinone per andare a fare colazione.

lunedì 25 febbraio 2019

La trovammo buttata lì.


La trovammo buttata lì, lungo il muro della caserma Pasquali, a L’Aquila, la vecchia bicicletta Cimatti di mio nonno. Ci aveva trascorso tutta la vita a cavallo di quel ferrovecchio. Aveva un pedivella spezzata. Fu la prima volta che vidi mio nonno con gli occhi inumiditi dal dispiacere e dalla gioia di averla recuperata. Non aveva la patente Nunnittu.  Quando , da giovane, aveva ricostruito le linee telegrafiche , in tutta Italia, da nord a sud, usava la bici per trasportare i pali di legno sui quali montare i cavi. Nonno era un uomo dalla forza incredibile: riusciva a pedalare tenendo queste lunghe travi sulla spalla. Sulla bici aveva legata la borsa di cuoio nella quale riponeva la colazione, gli attrezzi e qualche indumento. Sulla canna di quella bicicletta aveva fatto crescere figlie e nipoti, su e giù per le strade de L’Aquila. Su quella bici era andato ogni giorno, al Mercato in Piazza Duomo, tornando a casa carico di buste. Quel furto no, non lo aveva digerito ma, nonostante tutto, aveva pensato al ladro, forse un militare il quale, in ritardo per il rientro in caserma, trattenuto da qualche ragazza alla quale faceva il filo, aveva pensato bene di “prendere” quella bici lasciata incustodita ed “usarla” come mezzo  che gli avrebbe risparmiato qualche giorno di corvè.  Pensiamo a quel giovane di tanti anni fa e di come avesse forzato la condivisione della bici di un altro. Non un furto, ma un mezzo necessario.  Oggi ci nascondiamo dietro alla difficoltà che si cela dietro il concetto di “Bike sharing”, gli ultimi insuccessi di numerose start up del settore (vedi il fallimento di BikeMI), vanno a tutto vantaggio dei detrattori , i quali si ostinano ad affermare  l’inutilità delle isole pedonali e la necessità dei parcheggi nelle città anche le più piccole. Nei centri urbani come i nostri, dove la dimensione umana è ancora poco mediata dalle necessità di mercato, possiamo ripartire con un nuovo modello di “Bike sharing avanzato.
L’idea che ci è venuta è quella del “bike box”, una sorta di casotto, posto in luoghi strategici della città, nel quale siano custodite le bici, al riparo da atti vandalici. Possiamo utilizzare la stessa metodologia degli operatori più evoluti, rendendo disponibili le bici, grazie ad una card ricaricabile, acquistabile presso i negozi, oppure la pratica dei micropagamenti tramite app.  L’accesso al box è lo stesso di quello che si piò ottenere per accedere ad un bancomat protetto. Potremmo collegare la card all’interno di circuiti di spesa in attività commerciali locali, accumulando punti che darebbero diritto ad usufruire gratuitamente della bici condivisa. Il bike sharing così organizzato potrebbe essere completato con dei badge giornalieri per turisti, con facilitazioni per gli stessi e sconti sugli ingressi a musei locali. Il bike box funzionerebbe anche da centro ricarica per bici a pedalata assistita. E’ un modello culturale difficile da cambiare perché rappresenta una presa di responsabilità di un bene pubblico. Anche questo può servire per “cambiare passo”.

giovedì 29 dicembre 2016

La vittoria del pensiero unificato

Dilemma marino
Mai visto tanto buon senso. Nessuno che riesca ad odiarsi nei modi e nei tempi stabiliti da una normale convivenza civile. Tutti dicono cose buone e giuste. I giovani dicono cose giovani ma anche vecchie, i vecchi tentano di dire cose giovani ma sono vecchi e non possono fingere oltre. Si sta al centro ma anche un pò a sinistra, non troppo perchè altrimenti non si riescono a chiedere consensi fuori dalla porta della sagrestia. Si sta a sinistra ma si fa l'occhiolino al centro perchè, ogni tanto, un segno della croce ed un paio di corna non guastano. Arriva il pensionato che ha tutto il tempo per governare il paese, seguito dal giovane che non ha ancora un lavoro ma riesce a dirti quale sia il tuo posto nella società con la saggezza e la spocchia di un cavaliere del lavoro. Ci sono quelli che hanno fatto i cazzi loro con l'aiuto dei Santi ed adesso bussano alle porte delle segreteria, tanto un buco vale l'altro. Ci sono i fattori X, quelli che galleggiano da oltre quarant'anni, i quali passano la loro vita ad evitare che le cose semplici abbiano un iter semplice. Ci sono gli illuminati sulla via di Damasco, tutto presenzialismo e spirito di servizio verso persone che non sanno di poter essere servite. Ci sono i realisti gaspariani, con la benevolenza di chi ti dà l'altra scarpa solo ad elezione avvenuta. Esiste il circolo di chi cerca il circolo da riempire, tanto sono tutti a vedere la Champions. Nel frattempo, passano gli anni, aspettando che Cristo, lasciata ormai Eboli, si possa fermare ad Ortona. I padri muoiono, le madri sono imbiancate da tempo, il mare odora sempre meno di mare e sempre più di merda, ci si bagna alla Ritorna, con gli scarichi aperti, si passeggia sul molo, con l'augurio che un'onda od una nave ci portino via verso una terra bellissima. Molti si affacciano all'Orientale, sperando che il buon Galileo sia ancora aperto, perchè il cono al limone è per i poveri e quello al cioccolato è per i ricchi. Guardando lo specchio, ogni mattina, impariamo a memoria le rughe nuove, l'odore del mosto ad ottobre, le noccioline calde al Perdono, il sugo di pesce a bollire dalle finestre aperte e la barchetta che a forza di andare avanti e dietro ha consumato le nostre scuse per non far nulla. Tanto, anche questo, sarà un anno di merda.

sabato 25 ottobre 2014

Ortona, paese dei cazzi miei ( Piccolo trattato di etologia frentana)



Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni, nello scontro frontale all’interno del partito di maggioranza della nostra cittadina, è il risultato della pessima educazione ricevuta dai genitori, di alcuni amministratori ortonesi. L’imprinting animale, quando viene esercitato dai procreatori, serve a stabilire e definire caratterialmente ogni singolo membro della cucciolata. Se volessimo fare un esempio con i canidi, potremmo affermare che la madre del setter o dell’epagneul breton, insegna ai propri cuccioli, le movenze della ferma o della punta, incentivando determinati comportamenti. Così come i rapaci, educano, i loro pulcini, all’attività della caccia. Questi insegnamenti, rimangono impressi nel cucciolo, il quale, da animale adulto, sarà aduso a ciò che ha imparato. Tornando al caso umano e , nello specifico, al caso ortonese: se il piccolo avvocato o dentista o professionista, sono stati educati, da piccoli, alla pratica del sopruso, dell’ingordigia e dell’egoismo, visti come “qualità” necessarie per avere successo, questi individui, una volta entrati da adulti, nella cosiddetta società attiva (quella riguardante le attività lavorative ed i rapporti tra gruppi umani), applicheranno in modo istintivo gli insegnamenti ricevuti nella fanciullezza. Questo imprinting, potrà essere dissimulato tramite l’utilizzo della ragione, la quale può intervenire come freno , onde evitare atteggiamenti cosiddetti “sconvenienti” nei rapporti di cui sopra, ma emergerà prepotente, qualora riemergano potenti i catalizzatori che esaltano le linee educative ricevute: successo, sopruso e arricchimento tramite l’esercizio del potere e la gestione del denaro. In genere, taluni individui, utilizzano alcuni meccanismi per poter accedere alle chiavi del soddisfacimento delle loro esigenze: dall’ingresso in alcuni consessi sociali esclusivi quali club ed associazioni ( sfruttando i successi lavorativi e scolastici), alla frequentazione di circoli nei quali venga esaltato il lato spirituale degli individui che frequentano ( movimenti religiosi e culturali). Abbiamo lasciato in ultimo, il modo più semplice, per arrivare al successo: la candidatura in liste e partiti, per il governo del proprio territorio.  Gli uomini e donne di cui trattiamo, nascondono, nella scelta di “attivarsi per la città, mettendosi al servizio della comunità”, la loro reale natura, quella modellata loro dai genitori. Arroganza, ingordigia, egoismo, riemergono, a discapito dei cittadini ai quali loro, a tempo debito, promisero attivismo, buona amministrazione e ottima gestione del bene pubblico. Quando gli stracci volano o meglio, quando la merda viene a galla, l’imprinting primordiale riemerge, dal suo letargo, come un rotweiller al quale la madre nutrice abbia insegnato ad azzannare le chiappe del ladro che scavalca il recinto di casa. Inutile nascondersi dietro comunicati di partito o conferenze stampa con volti contriti, meglio leggere trattati di etologia: si potranno trovare risposte più dirette ai propri comportamenti.

giovedì 5 giugno 2014

Il Comandante Cesare



Papà è imbarcato”. Rimanevo affascinato quando udivo queste parole dai miei nuovi compagni di scuola, io, appena arrivato da Milano, da quella città degli anni ’70, fatta di violenza, di smog, fabbriche, manifesti dei radicali e prostitute la sera sotto casa. Il mare per me, era la spiaggia dei Saraceni, pescare sotto i trabocchi abbandonati, andare alle Tremiti con il Nibbio. In ogni famiglia ortonese, c’era stato o c’era, qualcuno che avesse avuto a che fare con il mare. Me le ricordavo le facce dei miei compagni, quando scendevamo sotto a piedi, la mattina presto, tra i pescatori che rammendavano le reti su via Cervana, quasi storditi dall’odore dell’olio dei motori, la puzza di pesce e le alghe secche ammucchiate. Vedevo i miei compagni guardare con fastidio a quelle banchine, pensando ai padri lontani, in un porto cinese od australiano. Parlavano come può parlare un ragazzino, dei padri assenti quasi senza volto, come li avessero dimenticati in un limbo di uomini persi nella nebbia di un fiordo, a riapparire ogni tanto con le valigie piene di ricordi e qualche puttana nascosta nelle loro menti, a smorzare il desiderio delle compagna. Questi padri lontani parlavano dai telefoni pubblici di Singapore, di New York, ad orari concordati, affinchè i figli si mettessero sulla sedie per arrivare all’apparecchio, per sentire le voci di quei marinai, ai quali chiedevano di essere padri a Natale o a Pasqua, senza risposte. Era difficile vederli, i padri. Entravi nelle case dei miei amici e sentivi la loro presenza negli oggetti, usciti dalle valigie aperte dopo sei mesi, un anno, due anni. Arrivavano i padri, davanti la porta di casa c’erano questi figli sempre più grandi, sempre più diversi, estranei. Nel volto delle madri, costrette ad essere uomini, ad essere famiglia, tra le mura delle loro solide case, fatte con le tempeste nel Pacifico, con le roventi coste d’Africa, con i ghiacci di Terranova, dove i padri, stretti nel rombo delle macchine, sotto le chiglie o serrate nei cappotti in plancia, guardavano le fotografie dei loro bimbi, attaccate con lo scotch ai bordi degli oblò. I miei compagni mostravano orgogliosi i regali dei padri da tutto il mondo. Mancava la luce nei loro occhi, la luce di quegli uomini lontani a contare i giorni: Tommaso, perché nei mari del mondo c’è sempre un Tommaso che naviga, Ernesto, Pompeo e la sua Bourbon Street, Nino ed i suoi bambini del Maracanà, Gabriele e le navi granaio sul Baltico, che ci mettevano due mesi a scaricare, Antonello al Centro del Golfo del Messico, Cesare e le sue scatole di sigari.

I padri andavano in pensione nelle città da dove erano partiti e nelle quali si perdevano più facilmente che a Bangkok. Li vedevi i padri, vecchi con le rughe rubate ai venti dell’oceano, guardare il mare dall’Orientale, sperando che nuove petroliere potessero arrivare a prenderli di nuovo, perché quando si è stati così lontani, per così tanto tempo, gli affetti sono affetti senza ancore. Questi figli con i padri anziani accanto, quasi volessero convincersi che furono bambini mentre un uomo spingeva la loro altalena od alzava la voce per un compito non fatto, guardano questi vecchi pensando a quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Li rivedo, i miei compagni, con le barbe bianche come la mia, ora che perdono per sempre i loro padri, aspettare che qualcuno telefoni loro, da molto lontano, per promettere che sì, torneranno per Natale e resteranno a casa, per sempre.

domenica 24 novembre 2013

Orazione in contumacia.



Amici, compagni,
sapete bene quale possa essere la mia ritrosia nel parlare in pubblico, non sono un buon oratore. Con la penna me la cavo meglio. Mi è stato chiesto un intervento. Sarà il compagno Enzo a leggerlo in mia vece.  Chi vi scrive, ha vissuto con interesse e passione le vicissitudini degli ultimi trent’anni di vita politica ortonese. Ho creduto in questi anni, alla costruzione di un futuro per me e la mia famiglia ad Ortona. Dopo alcune battaglie perse insieme a mio padre, dal punto di vista lavorativo, scontrandomi con la superficialità, la furbizia, la disonestà, di una larga fetta del mondo imprenditoriale locale. Ho tentato, di ricominciare, prendendomi sulle spalle la responsabilità di un’impresa artigianale. Provenendo da una famiglia di impiegati statali, con il cuore a sinistra, ho vissuto le contraddizioni che questa condizione può comportare. Gli inizi sembravano carichi di promesse e speranze. Oggi sto atterrando in modo traumatico, dal volo che avevo iniziato con tanto entusiasmo. E’ vero, non sono un uomo libero. Le difficoltà economiche mi soffocano, ma ho ancora la libertà di dire quello che penso e sento, senza paura di farmi  dei nemici, anche fra di voi. Quello che vedo, in questa città, è l’impossibilità di scorgere la realtà oltre il proprio naso. Ortona non è una città a vocazione turistica. Non potrà esserlo mai. Forse lo è stata fino agli inizi degli anni ‘70, prima del Piano Regolatore, che ha variato gli assetti commerciali del nostro paese. Ma questo non basta ad affermare la mia convinzione. Ortona non è una città turistica perché non esiste una cultura dell’accoglienza e della ricettività. Chi volesse controbattere alla mia affermazione, potrà essere smentito dalle vicende relative al G8 de L’Aquila nel 2009 quando, numerosi furono gli stranieri i quali usufruirono del nostro scalo per gli incontri diplomatici. La città fu impreparata ad accogliere quanti avrebbero potuto portare benefici economici alla nostra dissanguata economia. Ci fu incapacità organizzativa, ignavia, mancanza di idee, assenza delle istituzioni. Il fallimento nel cogliere questa opportunità, fu il peggiore di una serie di fallimenti: ricordiamo i traghetti per Spalato, gli aliscafi per le Tremiti, le associazioni di commercianti in perenne battaglia, la decisione “politica” di avere un Ipermercato, la chiusura decennale del Palazzo Farnese, lo sventramento urbanistico del centro cittadino in favore dei palazzinari, la chiusura del cinema, gli orari improbabili dei pochi musei cittadini, lo smantellamento dell’Istituto tostiano, la totale inconsapevolezza da parte dei cittadini di avere l’Enoteca Regionale, il disarmo delle festività del Perdono sostituite da sagre tunisino-cinesi, la distruzione del Parco Ciavocco in favore di un inutile parcheggio, la quasi totale chiusura dell’Ospedale, la desertificazione dell’area industriale, la scomparsa del cinema, la gestione fumosa di via Cervana e del molo nord, il totale disfacimento del vecchio tracciato ferroviario, la cementificazione cubista dei quartieri più vivibili. Termino con il capolavoro assoluto: il crollo dell’unico trabocco esistente nel comprensorio comunale. Amici, diciamo la verità, fino alla fine degli anni ’90, quando un gruppo di lavoro di architetti, si interessò di loro, a nessun ortonese fregava niente dei trabocchi. Andavamo su queste spiaggette per i picnic, per mettere due tette all’aria e pescare qualche peloso illegalmente. Così abbiamo lasciato sfuggire questa occasione, colta al volo da San Vito in giù. Ora mi chiedo, siete pronti a far cambiare testa ed intenzione agli ortonesi nel giro di qualche anno e trasformare Ortona in una piccola Monte Carlo oppure nella messapica costa salentina? Siete pronti a dire ai disoccupati ortonesi di pazientare in attesa di queste rivoluzioni pacifiche, invitandoli a aspettare qualche anno, considerando che le bollette e la spesa si pagano QUASI OGNI GIORNO? Siete pronti ad imporre ai contadini, ulteriori vincoli ad un’agricoltura che oggi è di pura sussistenza? E’ un discorso che non vi farà piacere, ma vi chiedo di guardare oltre i vostri sogni: cerchiamo di sfruttare la nuova occasione che si sta offrendo al paese con i nuovi appalti ricevuti dalle imprese portuali e marittime. Potenziamo le infrastrutture che collegano il nostro scalo alla rete viaria, creiamo delle aree per lo stazionamento dei container, invogliamo l’attracco delle imbarcazioni da diporto, incentiviamo i giovani a seguire percorsi di studio inerenti discipline marittime, teniamoci stretto il Nautico, regolamentiamo l’attracco di pescherecci da altre regioni, evitando il saccheggio del nostro mare in cambio di nessun beneficio economico, rivalutiamo il mercato ittico. Soprattutto: non facciamoci dire come dobbiamo vivere o morire da persone che hanno la propria vita, il proprio reddito altrove, che non rischiano di farsi staccare la corrente perché non hanno lavoro. Solo così avremo la possibilità di essere sereni per iniziare un cammino di trasformazione della nostra città. Adesso: mirate dritto al cuore, non voglio la benda sugli occhi.